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mercoledì 25 dicembre 2013

Neil Gaiman - "Sandman Omnibus Vol. 7 - Morte"

Autore: Neil Gaiman
Titolo: "Sandman Omnibus Vol. 7 - Morte"
Edizione: RW Lion
Anno: 2013

Con il ciclo di storie intitolato "The Wake" (in italiano "La Veglia", ma in inglese si presta a più interpretazioni), contenuto in questo settimo volume, si conclude la serie regolare di Sandman. Si tratta di una cavalcata lunga ben 75 numeri, ma capace di regalare momenti e storie quali nessun fumetto prima (e forse neanche dopo).
Difficile riuscire ad esprimere le emozioni che suscitano le ultime pagine, anche grazie al suo rivolgersi direttamente al lettore. Quel misto di malinconia e perdita, ma anche il fortissimo sentimento di nostalgia che già si prova quando ancora non si è del tutto detto addio ai personaggi.
Come già nei volumi precedenti, una parte fondamentale la svolgono le pagine di approfondimento. In particolare la bellissima intervista in cui Gaiman disvela, analizza, spiega i dietro le quinte di quest'ultimo ciclo di storie. I personaggi, le situazioni, i simboli vengono approfonditi. I riferimenti incrociati resi palesi anche a chi, non anglosassone, può non averli colti tutti o nella loro interezza.
Se già il fumetto, in sé e per sé, a una prima e più superficiale lettura, era stato capace di affascinare e commuovere, dopo la chiacchierata con Neil diviene (ancor più) capace di stupire e meravigliare.
Gaiman ripete più volte come, all'inizio della sua avventura con Sandman, tutto fosse più semplice. Tutto era facile, perché inventare cose nuove era una cosa automatica, ma dopo la metà era diventato sempre più difficile non ripetersi. I tempi di scrittura si allungavano e tutto diventava più macchinoso e meno naturale. Bisogna dire che leggendo "Le Eumenidi" e "La Veglia", però, non sembra assolutamente. Al contrario l'impressione è che sia proprio verso la fine che l'autore abbia toccato l'apice e abbia chiuso la serie proprio nel suo momento più alto.
Conclusione migliore credo non potesse esserci.
Sandman è a buon diritto annoverato come un capolavoro a tutto tondo. Una di quelle opere capaci di emanciparsi dal media sul quale e per il quale era stata pensata e realizzata per elevarsi a pura letteratura di altissimo livello. Una lettura consigliata e, perché no, obbligatoria, per tutti coloro che vogliano farsi una idea di cosa può essere e può dare un "fumetto". Ma anche un vero e proprio masterpiece della letteratura degli ultimi decenni, al di là di ogni barriera e convenzione.

martedì 5 novembre 2013

Ursula K. LeGuin - "La Leggenda di Earthsea"

Autore: Ursula K. LeGuin
Titolo: "La Leggenda di Earthsea"
Edizione: Narrativa Nord
Anno: 2007

Il ciclo di Earthsea è considerato uno dei grandi capisaldi della letteratura fantasy di ogni tempo. L'autrice stessa, Ursula K. LeGuin, è un vero e proprio nome sacro per la letteratura fantastica, dal fantasy alla fantascienza, essendo riuscita a lasciare il segno in ogni genere in cui si sia cimentata.
Eppure, quando si inizia "Il Mago di Earthsea", primo libro del ciclo, la sensazione è che ci sia qualcosa che non va, che qualcuno si sia sbagliato, che non sia possibile che questa saga sia divenuta così famosa, che sia da tutti considerata un capolavoro. Al di là della lunghezza di ogni capitolo (tutti piuttosto corti, sotto alle duecento pagine l'uno), infatti, è proprio lo stile con cui le vicende di Sparviero (o Ged, a seconda che siate o meno suoi amici) sono narrate a lasciare un po' perplessi. I fatti si susseguono a un ritmo addirittura rutilante, non si ha quasi il tempo di fare la conoscenza di un personaggio, che questo è già parte del passato. Spesso, addirittura, si ha l'impressione che alcune cose vengano lasciate in sospeso, o quantomeno non vengano sufficientemente approfondite, come se l'autrice avesse fretta di raccontare tutto. Come se lo spazio fosse limitato, il tempo ristretto e bisognasse fare di necessità virtù nel far star più cose possibili nel romanzo.
Il risultato è un libro che scorre fin troppo, con tanti avvenimenti, ma, apparentemente, poco spessore.
Si tratta, però, di una sensazione fallace, destinata a cambiare poco a poco che si prosegue nella lettura dei volumi successivi della saga, ciascuno capace di aggiungere uno o più tasselli a un unico grande affresco. Bisogna, però, attendere solo l'ultimo libro, "I Venti di Earthsea", per riuscire ad apprezzare il disegno di questo mondo nella sua interezza.
Sia "Le Tombe di Atuan" che "La Spiaggia Più Lontana", infatti, sembrano romanzi quasi del tutto slegati da quelli che li hanno preceduti. Distanti anni come ambientazione e con situazioni che appaiono a sé stanti, presentano solo qualche lieve accenno agli avvenimenti già trascorsi e non sembrano risentirne più di tanto. Solo "L'Isola del Drago" sembra fin da subito legato a "La Spiaggia Più Lontana", quasi ne fosse un diretto seguito, anche se in realtà prende ben presto una sua strada indipendente, focalizzando inoltre l'attenzione su nuovi personaggi come protagonisti.
Benché l'approfondimento, pressoché assente nel primo, arrivi nei libri successivi, si continua a non avere del tutto la percezione di cosa renda questi libri un tale capolavoro. I difetti, qui e là, infatti, non sembrano mancare: l'approfondimento dei personaggi e della loro psicologia, infatti, a volte è perfino eccessiva, con lunghi soliloqui o interi capitoli quasi didascalici, al limite del noioso. L'unico che sembra presentare un buon equilibrio tra ritmo degli avvenimenti e costruzione dei personaggi è il quarto "L'Isola del Drago", gli altri soffrono di una eccessiva preponderanza dell'uno o dell'altro aspetto.
Certo, gli elementi di originalità non mancano, soprattutto se si pensa a quando i romanzi son stati scritti: la prevalenza delle acque, il fatto che la stragrande maggioranza dei personaggi siano di pelle nera o quantomeno molto scura (anche se tutte le traduzioni cinematografiche e televisive sembrano dimenticarlo o ignorarlo), i passaggi sul ruolo e la dignità della donna in "L'Isola del Drago", gli accenni neanche troppo velati all'omosessualità in "L'Isola Più Lontana", tutta la filosofia e i concetti su cui si basa la magia di quel mondo, etc. Tutto questo, però, inizialmente non sembra calato in un contesto che possa del tutto giustificare l'appellativo di capolavoro, quasi fossero buone idee slegate tra loro.
Tutto questo cambia nel momento in cui si va a leggere il romanzo conclusivo del ciclo: "I Venti di Earthsea". Non solo ci si rende conto che ogni libro precedente serviva solo a portarti un passo più vicino alla conclusione, quindi non si trattava di vicende scollegate tra loro. Non solo ci si rende conto che l'affresco realizzato dalla LeGuin è molto più complesso di come apparisse inizialmente, questo grazie ai rimandi incrociati, e inizialmente impossibili da cogliere, tra i capitoli della saga. Ma è come se, improvvisamente, tutti i pezzi di un puzzle, che componevano solo un caos inestricabile, in cui si potevano ravvedere solo alcuni, sparuti, assembramenti coerenti al loro interno, prendessero il proprio posto dipingendo un'unico schema, presente fin dall'inizio.
In questo, oltre che nel messaggio vero e proprio che traspare una volta colto schema di fondo e, in particolare, la filosofia del mondo di Earthsea, consiste la vera grandiosità di questa saga. Un ciclo che più che giustamente ricopre un ruolo fondamentale nella storia della letteratura fantasy e che non posso che consigliare a tutti gli appassionati di questo genere. Il mio unico avviso è di non fermarsi al primo o al secondo libro, qual'ora se ne rimanesse un po' delusi, ma di continuare fino in fondo. Solo così si può apprezzare compiutamente quest'opera, evidentemente nata fin da subito come un unicum, con tutti livelli, i messaggi e i passaggi (anche complicati) che contiene.

giovedì 17 ottobre 2013

Neil Gaiman - "Il Figlio del Cimitero"

Autore: Neil Gaiman
Titolo: "Il Figlio del Cimitero"
Edizione: Mondadori - Oscar
Anno: 2010

"Il Figlio del Cimitero" nasce come ampliamento di un racconto che Gaiman aveva già scritto e inserito nell'antologia "Il Cimitero senza Lapidi". Lo stesso Neil aveva presentato, durante una conferenza, la vicenda come una sorta di sua versione de "Il Libro della Giungla". Nell'opera di Kipling un neonato viene trovato dai lupi, adottato e allevato, impara dunque a vivere come gli animali e a fare le cose che fanno loro. Ma se un neonato venisse trovato dai morti, cosa succederebbe? La risposta di Gaiman è piuttosto semplice: "ovviamente imparerebbe a fare le cose che fanno i morti".
Un simile presupposto è, dunque, piuttosto curioso e interessante, sufficientemente folle per attirare la curiosità. Se a questo aggiungiamo la fama dell'autore, il gioco è fatto e la lettura diviene obbligata.
Il primo capitolo ci catapulta direttamente in medias res, con un bambino piccolo che sfugge, più per caso che altro, al massacro della sua famiglia. In realtà alcuni accenni ci fanno capire che era proprio lui il bersaglio del killer, ma la fortuna vuole che le sue piccole gambine lo portito fino al cimitero. Lì viene salvato e adottato da alcuni fantasmi, che gli danno nome Nobody Owens, per gli amici Bod.
La scrittura di Gaiman intriga fin da subito, con quel suo modo di raccontare con piccoli accenni e dettagli al limite del macabro, che fan capire senza esplicitare. Subito capiamo che vi è dietro qualcosa di grosso, ma il mistero, ovviamente, sarà svelato solo alla fine.
Nel frattempo la narrazione prosegue con capitoli che appaiono slegati l'uno dall'altro. L'autore vuole darci una panoramica della vita e della crescita di Bod, così ogni fase, ogni età, è contraddistinta da una vicenda, un racconto, apparentemente slegato dal resto.
Apparentemente, dicevamo, perchè, in realtà, alla fine molti fili lasciati in giro per il libro verranno tirati per condurre alla conclusione e allo svelamento del mistero che aleggia sulla testa del protagonista. Purtroppo, mentre si legge, la sensazione di essere di fronte a racconti staccati tra loro è molto forte. Contribuisce a questo anche Bod stesso che, col passare degli anni, cambia, come cambierebbe qualsiasi bambino mentre cresce. Proprio la bravura di Gaiman nel caratterizzare il personaggio è anche un po' il tallone d'Achille del romanzo, che risulta piuttosto slegato e lascia trasparire una sensazione di discontinuità.
Il finale, come si diceva, tira le somme e ci mostra come tutte le vicende fossero collegate e funzionali. A livello logico, quindi, si riesce ad apprezzare il lavoro di Gaiman nel suo complesso. A livello emotivo, invece, resta una punta di amarezza che non viene del tutto spazzata via.
Forse, la colpa, è anche della chiusura del libro. Le ultime pagine, infatti, sono di speranza e di apertura alla vita e al mondo, ma anche molto tristi. Ogni scelta porta con sé delle rinunce e per ogni porta nuova che si apre di fronte a noi, se ne deve chiudere una dietro.
Probabilmente con un finale meno educativo (perchè, in fondo, questo vuole: insegnarci qualcosa) e più consolatorio, "Il Figlio del Cimitero" sarebbe stato più apprezzabile anche di pancia, ma di certo avrebbe anche perso qualcosa.    

giovedì 26 settembre 2013

Arthur C. Clarke - "Incontro con Rama"

Autore: Arthur C. Clarke
Titolo: "Incontro con Rama"
Edizione: Mondadori - Urania Collezione n° 112
Anno: 2012

Leggendo "Incontro con Rama" è facile capire per quale motivo sia stato considerato, quasi fin da subito, come uno dei capolavori della fantascienza. Quantomeno di quella fantascienza che va sotto il nome di "Hard Science-Fiction".
Clark, infatti, non si impegna, con questo romanzo, a raccontare una storia. Non abbiamo una struttura che possa essere del tutto inscatolata nel classico progredire di inizio-svolgimento-fine. Quello a cui assistiamo è, semmai, uno spaccato di vita. Una sequenza di eventi in un determinato periodo di tempo. Eccezionali, avventurosi anche, ma apparentemente limitati a quel frangente che andiamo ad osservare.
Il motivo di questa precisazione è semplice ed è da ricercare in ciò che il lettore, di solito, si aspetta da un libro. Chi si aspettasse una qualche saga, con tanto di protagonisti prescelti per un qualche motivo o un finale che spiegasse, facesse rivelazioni o si svelasse in un colpo di scena, andrebbe del tutto deluso. Non è questo, infatti, l'obiettivo che Clark si è posto con "Incontro con Rama" e questo deve essere ben chiaro prima di prendere il mano il romanzo.
Ciò che l'autore voleva fare, e ci è riuscito benissimo, era raccontare nel modo più dettagliato e realistico possibile quello che sarebbe potuto essere l'incontro con un manufatto di origine aliena. I protagonisti, quindi, non sono eroi o prescelti, ma professionisti, persone normali, scelti solo perchè, per puro caso, son i più vicini all'oggetto da osservare. E tutto il libro è, sostanzialmente, l'osservazione, la descrizione, di ciò che nessun essere umano aveva mai visto prima, con tutto il suo bagaglio di paure e meraviglie. Ma è anche, soprattutto, una ricostruzione minuziosa delle forze, delle situazioni, delle architetture, dei materiali e delle reazioni che avvengono nello spazio e all'interno di Rama, svolta in maniera assolutamente plausibile. La narrazione, inoltre, non risente minimamente di questo sforzo, perchè risulta sempre scorrevole e a tratti addirittura incalzante nel suo raccontare le avventure, invenzioni e disavventure del gruppo di astronauti.
Proprio in questo sta la grandezza di "Incontro con Rama" e, da un certo punto di vista, anche il suo limite.
Se, infatti, Clarke centra perfettamente il suo obiettivo di scrivere un romanzo ambientato nello spazio rispettando appieno, e spiegando in maniera semplice e appassionante, la fisica di ogni situazione (risultando tanto perfetto da, pare, ispirare il programma di osservazione dello spazio proprio con questo libro), dall'altra parte manca un elemento che ha fatto grande la fantascienza. Da sempre la SF è stata spesso usata come allegoria del presente, come metafora per raccontare qualcosa del momento in cui il racconto o il romanzo veniva scritto. Il più delle volte era un mezzo per lanciare un messaggio, per mostrare le cose da un altro punto di vista o per muovere una critica. In "Incontro con Rama" tutto ciò è assente: l'indagine di questo mondo alieno è fine a sé stessa e non porta con sé neanche spiegazioni o rivelazioni, proprio perchè essendo alieno si affida a logiche e motivazioni lontane da noi e l'uomo non può sperare di poterlo comprendere appieno.
Questo libro di Clark, dunque, risulta pressochè perfetto sotto il profilo tecnico e narrativo, perchè colpisce in pieno gli obbiettivi che lo scrittore si era prefissato. Una vera e propria pietra miliare e una lettura obbligata nell'ambito dell'hard science-fiction, con cui tutti gli autori che volessero cimentarsi in questo genere devono confrontarsi ancora oggi. Ciò che gli manca è solo un po' di analisi sociale, di approfondimento dell'animo umano, che avrebbero potuto renderlo un capolavoro assoluto della fantascienza, al di là delle categorie e dei sottogeneri.    

lunedì 16 settembre 2013

Roberto Costantini - "Alle Radici del Male"

Autore: Roberto Costantini
Titolo: "Alle Radici del Male"
Edizione: Marsilio - Farfalle - I Gialli
Anno: 2012

Dopo "Tu Sei il Male", Costantini torna ad occuparsi delle vicende del commissario Balistreri con il secondo capitolo della trilogia, intitolato "Alle Radici del Male".
Ed è proprio dalle radici, nel passato dello stesso Balistreri, che il romanzo parte per introdurci in questa nuova indagine. Come sempre la scrittura è scorrevole, forse anche più che nel primo capitolo della saga. Per riuscirci, Costantini rinuncia a qualche preziosismo nello stile, sfruttando più di frequente similitudini ed espressioni colloquiali, invece di ricercare qualche metafora più originale e interessante. L'obiettivo, in ogni caso, è perfettamente centrato e riesce a coinvolgere il lettore anche con vicende che poco o nulla hanno di giallo, così ci troviamo a correre, pagina dopo pagina, seguendo le vicende di un giovane Balistreri nella Libia coloniale. Il suo rapporto conflittuale con il padre, l'infinita stima nei confronti della madre, la poca voglia di studiare e l'amicizia che lo lega agli altri ragazzi con cui fonderà la Mank, indipendentemente da colore della pelle ed estrazione sociale.
E' un Balistreri simile eppure diverso da quello che avevano imparato a conoscere in "Tu Sei il Male". E' spavaldo, spesso incosciente del pericolo come il Balistreri dell'82, ma ha anche dei principi e degli ideali (seppur non sempre condivisibili, anzi!), cosa ben diversa dal disincantato nichilista che sarebbe divenuto in seguito.
Come nel primo terzo della trilogia, anche "Alle Radici del Male" presenta una sorta di suddivisione in due. A una prima parte ambientata in Libia alla fine degli anni '60 (indubbiamente la migliore e più riuscita per la ricostruzione storica e la scorrevolezza della trama), ne fa seguito una seconda che è il diretto proseguo delle vicende dell'82 narrate nella prima parte di "Tu Sei il Male". In questo modo i due romanzi si intersecano raccontando pezzi di un'unica storia: quella di Balistreri, la sua evoluzione, la sua maturazione, la sua crescita interiore.
Proprio il personaggio di Balistreri è uno degli elementi che riescono a far spiccare il romanzo di Costantini dalla massa. Al di là delle indagini e dell'intreccio (in entrambi i libri con alcuni passaggi decisamente un po' forzati nella seconda metà, al fine di far quadrare il tutto), oltre allo stile molto pulito e scorrevole di Costantini, è proprio la crescita del protagonista a rendere interessante la lettura. La stessa persona, in periodi diversi della sua vita, sembra quasi personaggi diversi, con umori, idee, reazioni, quasi agli antipodi. Certamente uno dei meriti dell'autore è proprio quello di riuscire a caratterizzare Balistreri tanto bene. Così bene che, anche quando si dimostra uno stronzo fatto e finito (e vi assicuriamo che più si va avanti, peggio cose si scoprono su di lui e su ciò che è capace di fare, perchè, come si suol dire "il lupo perde il pelo, ma non vizio"), si fa fatica a staccarsi dalla pagina.
Non tutto, naturalmente, sulla storia e il passato del commissario è già stato narrato, per cui rimane abbondante materiale per il terzo volume, che chiaramente siam molto curiosi di leggere.

martedì 20 agosto 2013

Dan Simmons - "Il Risveglio di Endymion"

Autore: Dan Simmons
Titolo: "Il Risveglio di Endymion"
Edizione: Fanucci
Anno: 2011

Dopo il mezzo passo falso di "Endymion", Dan Simmons cerca di riportarsi in carreggiata con il romanzo che chiude definitivamente il ciclo dei "Canti di Hyperion".
Diciamo subito che "Il Risveglio di Endymion" non è un libro facile, anche per via della sua lunghezza, ma soprattutto a causa dei suoi pregi e dei suoi difetti.
La scrittura è corposa, a tratti aulica, i concetti espressi si fanno di volta in volta più complicati e filosofici. Non è un caso, infatti, se molti danno anche l'etichetta Religione e Filosofia a "Il Risveglio di Endymion", per quanto si tratti di una evidente esagerazione.
La storia e la struttura stessa della narrazione, con tanti, tantissimi riferimenti al primo volume del ciclo e ai personaggi lì presenti, in alcuni momenti rende un po' ostico andare avanti e si è costretti a fermarsi un attimo a pensare e a frugare nella memoria. Senza una legenda di nomi o qualcosa di simile, a volte è un po' difficile ricordare chi fosse il tal personaggio e cosa avesse fatto (soprattutto se "Hyperion" lo si era letto anni e anni fa, magari ancora in edizione Mondadori).
Nonostante (o forse proprio per merito di) questi ostacoli, che sono naturalmente tra i pregi di questa opera, la lettura scorre e riesce a farsi seguire. Questo anche perchè la quantità di fatti e situazioni raccontate è enorme. Sicuramente è maggiore e più intricata di quel lineare e lungo viaggio, a tratti degno di un romanzo di space opera di medio livello, a cui si era ridotto il precedente "Endymion". No, qui si riprende invece lo stile che aveva contraddistinto "La Caduta di Hyperion", con tanti personaggi, ciascuno in punti nevralgici dell'universo, a diretto contatto con i centri del potere e le decisioni che contano.
E' evidente l'impegno di Simmons nel creare una sorta di dicotomia, di dualità: così come "Endymion" dovrebbe riprendere "Hyperion" per il tema del viaggio (seppur con risultati decisamente diversi), così "Il Risveglio di Endymion" dovrebbe riprendere "La Caduta di Hyperion" per stile e metodi narrativi.
Se l'intreccio narrativo dunque funziona, sono altre le pecche di questo romanzo, sia dal punto di vista concettuale che di mera scrittura.
Quella che, infatti, era nata come una grandiosa saga di fantascienza, basata su viaggi nel tempo e nello spazio, guerre, intelligenze artificiali e mille altre cose, qui diviene a tratti una vicenda religioso/messianica. Alcuni dei concetti alla base dei primi libri, come la libertà di scelta, l'accettazione (e la bellezza) della diversità delle forme di vita umana (anche e soprattutto là dove si evolve in qualcosa di apparentemente alieno), sono mantenuti. Ma Simmons ogni tot di pagine ci tiene a sottolineare come alcune cose dette dei primi 2 libri fossero menzogne o semplificazioni materiali e a sostituire fatti e concetti scientifici con rivelazioni filosofiche. Ogni idea meta-scientifica viene svilita e definita come la visione miope e terra-terra di qualcosa di incomprensibile e metafisico. Un modo di fare ripetuto tanto spesso da far ben presto pensare al lettore a un cambio di rotta in corso d'opera (che neanche noi escludiamo). Per quanto, dunque, la storia si lasci seguire e riesca anche ad appassionare e a coinvolgere, ci sembra quindi un po' riduttivo, semplicistico e (diciamolo) opportunistico, riportare tutta la vicenda solo alla figura messianica di Aenea (per quanto lei continui a dire di NON essere un messia).
La tecnologia viene superata (e ridicolizzata), dalla fede e dalla religione che permettono gesti e azioni ben più grandi e incredibili. Addirittura viene demonizzata, perchè descritta come qualcosa di distruttivo e innaturale. Mentre motore di tutto, fin dall'inizio del primo libro, alla fine si rivela essere la vita, con la V maiuscola, entità metafisica e metadimensionale che tutto muove e tutto dirige per i suoi scopi, come una sorta di grande architetto.
Dall'altra parte, inoltre, vi sono alti e bassi anche a livello di scrittura. Simmons passa, senza soluzione di continuità, da momenti frenetici, in cui fa succede mille cose in contemporanea, ad altri in cui si prende 50/100 pagine di vacanza. Ad esempio descrizioni, similitudini e metafore riguardo a TUTTE le catene montuose di un pianeta e a TUTTE le sue formazioni nuvolose, che sembrano puri e semplici esercizi di stile fini a se stessi.
Per concludere, tirando le fila non solo de "Il Risveglio di Endymion", ma di tutto il ciclo, il mio consiglio non può che essere di leggerlo. Si tratta di un consiglio che sembra andare contro al tono di questa recensione, è vero. Molto semplicemente questi quattro libri insieme sono, effettivamente, una grande opera che qualsiasi appassionati di SF dovrebbe leggere.
Non si può, però, neanche negare che, iniziato benissimo con un capolavoro che trascende le etichette di genere e proseguito con un grandissimo libro di fantascienza, il ciclo abbia poi avuto un tonfo con il terzo e si sia poi solo un po' rialzato con l'ultimo capitolo, pur senza tornare ai fasti dell'inizio e, soprattutto, prendendo una strada che sembra tradire l'idea originale. Avvisati di questo, quindi, si potrebbe riuscire a leggere gli ultimi due volumi nella giusta ottica e, magari, anche apprezzarli maggiormente.    

mercoledì 10 luglio 2013

Neil Gaiman - "Sandman Omnibus Vol. 6 - Destino"

Autore: Neil Gaiman
Titolo: "Sandman Omnibus Vol. 6 - Destino"
Edizione: RW Lion
Anno: 2013

Sesto e penultimo volume per la ristampa in formato elegante del capolavoro di Neil Gaiman che ha consacrato l'autore inglese come uno dei grandi del fumetto mondiale. 
Se già i volumi precedenti erano stati contraddistinti da una certa unità di temi, personaggi e situazioni, pur articolandosi in contributi diversi (storie dalla serie regolare, ma anche episodi singoli e staccati o provenienti da collane satelliti), qui abbiamo una svolta. Questa sesta uscita, infatti, presenta integralmente ed esclusivamente un lungo ciclo di storie della serie regolare di Sandman intitolato "Le Eumenidi". Si tratta, senza mezzi termini, di uno dei momenti più drammatici e al contempo più importanti e più alti (a livello di scrittura) di tutta la serie. 
La scelta di intitolare ogni volume con il nome di uno dei Eterni, si rivela quanto mai azzeccata in questa occasione. E' (il) Destino, infatti, che guida le scelte dei personaggi in gioco, come fossero attori su di un palco, mossi come marionette dall'ineluttabilità del fato (o di una parte che si sono scritti da soli). 
La scrittura di Gaiman, come si diceva, qui raggiunge vette forse mai toccate prima riuscendo a fondere un'epica che ha l'afflato delle tragedie greche con la poetica dei grandi poeti inglesi e i tratti surreali e onirici che gli sono propri. Ne "Le Eumenidi" c'è tutto quello che i fan di Sandman (e dell'autore inglese), hanno sempre cercato e voluto, ma c'è anche molto di più. 
Così tanto di più che le appendici si rivelano, in questo caso in particolare, da una parte fondamentali e dall'altra gustosissime. 
Fondamentali perchè Gaiman stratifica come non mai di livelli di lettura differenti le pagine, rendendo così necessaria almeno una piccola guida. Intendiamoci: il fumetto si legge benissimo anche da solo, apprezzandone semplicemente la trama, i disegni e ciò che si percepisce a una prima, superficiale, lettura. Con la dovuta attenzione, inoltre, diversi altri livelli di disvelano in maniera più o meno semplice e immediata. Altri, invece, così come alcune citazioni, più legati a una cultura e a un background culturale e letterario anglosassone (o più semplicemente a quello personale dell'autore), necessitano per forza di un aiuto. 
Gustosissime perchè, proprio nel caso di questi riferimenti più personali a cui si accennava poc'anzi, la lettura diviene un divertente girovagare tra gli autori preferiti di Gaiman, le loro frasi che più gli sono rimaste impresse, gli aneddoti e le situazioni che hanno portato alla nascita di questo o quel personaggio. Una di quelle cose, insomma, per i quali i fan vanno (giustamente) in brodo di giuggiole. 
Non si può quindi che concludere che questo sesto volume, per l'uniformità del contenuto e per l'eccezionale validità delle note, si configuri come il migliore pubblicato fin'ora. Una lettura consigliata a tutti, fan e non fan, anche se ci rendiamo conto di come sia strettamente necessario leggere i precedenti per poterlo apprezzare appieno. Ne manca uno solo alla conclusione della saga di Morfeo, rimaniamo in attesa del gran finale.

giovedì 27 giugno 2013

George R. R. Martin - "Tempesta di Spade" Parte Seconda

Autore: George R. R. Martin
Titolo: "Tempesta di Spade" Parte Seconda
Edizione: Mondadori - Urania Grandi Saghe
Anno: 2009

Seconda parte di "Tempesta di Spade", terzo libro del ciclo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco qui per la prima volta presentato con un titolo fedele all'originale e in una edizione che, almeno, non spezza il libro in mille volumi diversi. 
Chi potesse essere convinto che Martin, a lungo andare, potesse rimanere a corto di idee, si ricrederà decisamente dopo aver finito questo tomo. Dopo "Il Gioco del Trono", il cui finale aveva dato definitivamente inizio alla guerra e "Lo Scontro dei Re" che ci aveva mostrato le mosse e le contromosse di tutti i partecipanti, "Tempesta di Spada" rimescola tutte le carte presenti sul tavolo. Per le situazioni e i colpi di scena questo è, probabilmente, il migliore dei libri fin'ora usciti del ciclo. 
La regola aurea di Martin sul fatto di non affezionarsi mai troppo a un personaggio, perchè chiunque può morire, qui sembra venir portata alle estreme conseguenze. Tutto il tomo è, letteralmente, un bagno di sangue e son tante, tantissime, le teste che rotolano, sia tra i personaggi secondari che tra quelli di primissimo piano. 
Vecchi e nuovi nemici passano a miglior vita, eroi cadono, ma anche personaggi che si credeva negativi mostrano un nuovo volto e sembrano destinati a grandi cose. Proprio in tutto questo sta la bellezza del ciclo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco e la bravura di Martin. Non solo nel non sapere mai cosa aspettarsi quando si gira pagina, ma anche, e soprattutto, nella caratterizzazione di ciascun personaggio. Uomini, donne, ragazzi e bambini che non sono bidimensionali, ma sembrano uscire letteralmente dalla pagina. Nessuno è mai (salvo poche, pochissime, eccezioni) del tutto buono o del tutto cattivo, ciascuno è spinto a prendere decisioni dal suo passato, dai suoi desideri e amori, nonché dalla situazione contingente. Così gli eroi possono divenire macellai e i bastardi compiere gesti di infinita pietà. Ognuno ha un background che lo rendo ciò che è e che ci permette, una volta che si osserva il mondo con i suoi occhi, di capirne le ragioni (anche se non necessariamente a condividerle). 
La narrazione per punti di vista, inoltre, permette di intessere sottotrame e intrighi che non si disvelano mai istantaneamente o del tutto chiaramente. Questo perchè ognuno racconta gli eventi a cui ha assistito a modo suo, li distorce sulla base delle sue emozioni o dei suoi preconcetti. Così, fatti raccontati da personaggi diversi possono apparire diametralmente opposti. 
Una lettura sicuramente consigliata a tutti coloro che amano il fantasy, ma anche a chi piace leggere libri che si elevano sopra la media. "Tempesta di Spade" è un gran libro, capace di intrattenere con intelligenza e astuzia, decisamente non banale e molto lontano dagli stereotipi del genere. Non vincerà mai il Nobel, ma di certo è letteratura di genere di altissimo livello.

lunedì 10 giugno 2013

Valerio Evangelisti - "Day Hospital"

Autore: Valerio Evangelisti
Titolo: "Day Hospital"
Edizione: Giunti
Anno: 2013

Composto con stralci di mail inviate alla mailing-list dei suoi lettori, messaggi privati e qualche pensiero sparso, "Day Hospital" è una sorta di diario della malattia. Una malattia da cui Valerio Evangelisti sembra, per fortuna, essere guarito, ma che ha lasciato dietro di sé diversi strascichi, anche importanti. 
"Day Hospital" permette, senza moralismi, falsi pietismi o eccessive drammatizzazioni, di seguire passo passo il percorso della malattia e del malato. Forse è proprio questa la freccia più importante all'arco di questo libro: l'essere una cronistoria quasi didascalica, per nulla romanzata. Proprio questo modo di raccontare permette di capire e percepire i sentimenti dello scrittore mentre viveva quei momenti. Accettazione della malattia e della possibilità di morire come qualcosa di inevitabile, prima o poi, ma anche voglia di combattere fino all'ultimo e di non lasciarsi abbattere dalle avversità. Non solo, è anche una lucida analisi, momento per momento, delle emozioni provate, delle riflessioni fatte, dei sentimenti che si sono succeduti. Situazioni che divengono quasi archetipi, quasi passi obbligati che qualsiasi malato si trova ad affrontare. Il tutto farcito, in modo molto parco, anche da qualche passaggio ironico, capace di rendere più semplice la lettura e non renderla troppo oppressiva. Al contempo in grado di far capire come anche in certe situazioni si può ancora riuscire a sorridere. 
Oltre al periodo della malattia vera e propria, però, questo "Day Hospital" (che si presenta con il titolo con cui uscì in allegato al Corriere della Sera), propone anche una seconda parte inedita. Si tratta del decorso dei postumi delle cure, una serie di effetti collaterali su cui spesso i medici tacciono, ma che possono essere piuttosto gravi. Anche per questo, questo piccolo libro, è interessante e verrebbe voglia di consigliarne la lettura a tutti. Perchè non è solo un esempio di come una persona abbia vissuto la malattia e ne sia uscita, ma offre importanti informazioni, nozioni, che potrebbe essere utile conoscere. 
Certo, come dicevamo, il valore di "Day Hospital" non si esaurisce nell'essere una sorta di opuscolo, scritto bene, sulle cure e sulle cure alle cure. Proprio perchè non ha alcuna pretesa di esser preso a esempio o di volersi mettere in mostra, questo libro diviene cronaca, ma anche racconto e diario di una malattia vissuta con assoluta dignità. 
Una lettura consigliata a tutti, non ai soli fan di Evangelisti, perchè libri come questo travalicano i generi e le preferenze per uno scrittore o l'altro. L'unica pecca, forse, è che sia così breve e che si legga in una giornata.

venerdì 17 maggio 2013

Preston & Child - "Il Libro dei Morti"

Autore: Douglas Preston & Lincoln Child
Titolo: Il Libro dei Morti
Edizione: Sonzogno
Anno: 2007

Terzo e ultimo capitolo della "trilogia Pendergast" (come l'hanno chiamata gli autori stessi) e incentrata sullo scontro eterno tra il protagonista e sua fratello Dyogenes. 
Chi legge Preston & Child sa che quando si inizia un loro libro è difficile staccarsene, ancor più se è uno dei romanzi dell'agente speciale. Questa trilogia, e soprattutto quest'ultimo capitolo, però, spiccano ulteriormente all'attenzione per la capacità di coinvolgere il lettore. Ogni volume è un turbine di eventi, intrighi, una vera e propria partita a scacchi di altissimo livello con mosse e contromosse spesso imprevedibili. 
Emerge, inoltre, sempre più inconfondibile, come l'ispirazione maggiore per i personaggi di Aloysius e Dyogenes sono stati Sherlock Holmes e Moriarty. Due geni assoluti, dalla mente brillante e con conoscenze e cultura superiori alla media, l'uno al servizio del bene, l'altro del male e votato esclusivamente alla vendetta. Dai romanzi di Sir Arthur Conan Doyle, inoltre, viene presa a prestito anche la passione per i travestimenti, sempre eccezionali, che sia in questo "Il Libro dei Morti" che ne precedente "La Danza della Morte", hanno un ruolo di primissimo piano. 
Giunti all'ennesimo romanzo della copia, inoltre, tutti i personaggi di contorno son ormai quasi come vecchi amici. Scorrendo le pagine e seguendo le azioni, i comportamenti, dei vari soggetti, si ha una strana e confortante sensazione di familiarità. E' la dimostrazione della capacità degli autori di creare personaggi credibili, sufficientemente sfaccettati per essere realistici, ma al contempo comprensibili. Laddove qualche clichè è presente, qualche stereotipo è ripresentato, la simpatia che il lettore prova è sicuramente sufficiente a fargli chiudere volentieri un occhio. 
Anche perchè non c'è davvero tempo per soffermarcisi sopra. La storia corre letteralmente a mille all'ora, rutilante e avvincente come forse mai prima. Un romanzo che certamente non passerà alla storia della letteratura, ma che sarà in grado di allietare gli appassionati, così come i lettori occasionali. Prima di prendere in mano questo tomo, però, forse sarebbe meglio dare un'occhiata al precedente "La Danza della Morte". Ma bisogna ammettere che per capire alcune sottigliezze e alcune sfumature bisognerebbe davvero partire dall'inizio. Una fatica solo sulla carta, di certo capace di dare diverse soddisfazioni.

venerdì 10 maggio 2013

Roberto Costantini - "Tu Sei il Male"

Autore: Roberto Costantini
Titolo: "Tu Sei il Male"
Edizione: Marsilio - Vintage
Anno: 2011

Marsilio ha avuto occhio (e anche un po' di fortuna) ad accaparrarsi, qualche tempo fa, uno dei fenomeni di letteratura gialla di maggiore successo degli ultimi anni. Ovviamente ci riferiamo a Stieg Larsson e alla sua trilogia Millennium. Oggi Marsilio ci riprova, questa volta con un autore di casa nostra al suo esordio letterario.
Come sempre le quarte di copertina parlano di capolavoro e di romanzo che è un fenomeno prima ancora di uscire, già opzionato per il cinema e per la pubblicazione in mille mila paesi. Per una volta, però, non ce la sentiamo di condannarle a prescindere.
Questo perchè il libro di Costantini, "Tu Sei il Male", è bello sul serio... e anche tanto.
Certo, la prima parte del romanzo è un po' ostica. Non per lo scrivere, sempre fluente, o per gli avvenimenti, narrati con un ritmo e una capacità che appare quasi innaturale in un esordiente. Piuttosto per il protagonista, l'ispettore Michele Balistreri, che l'autore sembra quasi far di tutto per farci odiare e per render antipatico. Quantomeno meritevole di una bella lavata di capo che lo rimetta un po' in riga e gli faccia abbassare la cresta. Come dicevamo, però, l'intreccio e lo stile compensano abbondantemente questi fattori e costringono, letteralmente, il lettore ad andare avanti nonostante tutto.
Articolandosi in una vicenda che si snoda attraverso gli anni, ben presto, però, il giovane Balistreri, lascia il posto a vecchio Balistreri. Un personaggio quasi del tutto agli antipodi, tanto da ispirare addirittura pietà in più di un momento.
La storia prende, intriga, fornisce false piste, semina piccoli indizi lungo il suo incedere e avvince il lettore nelle sue spire. Una volta che si comincia a leggere è ben difficile riuscire a staccarsi (anche se è notte tarda e la mattina dopo bisogna alzarsi presto). Questo è certamente uno dei meriti maggiori del libro, che speriamo davvero Costantini riesca a replicare anche nelle sue successive opere.
Un altro dei punti di forza, forse il più importante, è la personalità, la psicologia e il background esperienziale di Balistreri. Quella del protagonista è una vicenda complessa, una storia personale che l'autore ha evidentemente costruito nei minimi particolari e che, molto probabilmente, è destinata a fornire lo spunto anche per i libri che seguiranno a comporre una trilogia. Speriamo davvero che sia così, perchè al netto della trama del singolo romanzo (gialla e intricata al punto giusto, del tutto godibile anche a sé stante), la personalità di Balistreri è un tassello importante e interessante che ci viene svelato poco a poco. Se Costantini riuscisse, con questa trilogia, a costruire pezzo per pezzo tutta la psicologia del protagonista, mostrandoci i fatti salienti che l'hanno portata a maturare, evolvere, modificarsi col passare del tempo, sarebbe certamente il valore aggiunto assoluto di questa sua opera letteraria.
Speriamo davvero che non ci deluda, perchè di certo lo seguiremo attentamente.

domenica 14 aprile 2013

Dan Simmons - "Endymion"

Autore: Dan Simmons
Titolo: "Endymion"
Edizione: Fanucci
Anno: 2011

Terzo capitolo della saga dei "Canti di Hyperion". Quasi duecento anni standard sono passati dal finale de "La Caduta di Hyperion" e molti son stati i cambiamenti nell'universo e sui pianeti che facevano parte dell'Egemonia. Come spesso accade, però, le cose non son cambiate in meglio.
La Chiesa, infatti, ha perfezionato la resurrezione tramite il crucimorfo e ora ha, di fatto, sostituito l'Egemonia nel controllo dei pianeti.
Quando inizia il romanzo manca ormai poco tempo alla riapertura delle Tombe del Tempo, dalle quali dovrebbe emergere Aenea, la bambina che vi era entrata al termine del precedente libro. Per lei non saran passati che pochi secondi, ma la Chiesa ha avuto tutto il tempo per calcolare il momento esatto del suo ritorno e prepararle una accoglienza in grande stile.
L'inizio del romanzo, quindi, è carico di attesa e di pathos, mentre facciamo conoscenza con Raul Endymion (protagonista e narratore delle vicende) e il suo confrontarsi con quella che appare come una missione impossibile: salvare Aenea. Non temete, non vi sveleremo cosa succederà, ma di fatto subito dopo questa prima parte molto coinvolgente ed emozionante, il libro ha un netto calo.
La narrazione, infatti, a un certo punto tende ad appiattirsi verso una space-opera anche piuttosto banale e scontata, con i protagonisti che passano da un pianeta all'altro in sequenza. Su ognuno, essi vivono piccole avventure, affrontano pericoli, superano prove e difficoltà e si confrontano, di volta in volta, con le caratteristiche diverse di clima, temperatura e gravità.
Più interessante, piuttosto, è invece seguire ciò che accade al Padre Capitano De Soya e al suo gruppo di Guardie Svizzere, cioè gli incaricati dalla Chiesa di trovare e catturare Aenea. Sono questi i capitoli che riescono a destare un po' più l'attenzione del lettore, anche grazie agli ovvi intrighi che strisciano, sotterranei, anche all'interno del Vaticano. Un po' poco, quindi, tenere in piedi l'intero libro che, infatti, risulta nettamente inferiore ai due che l'hanno preceduto.
Le cose si muovono, però, verso la fine. Finalmente alcuni fili molto esili che erano stati appena accennati lungo tutto il corso del volume, vengono tirati e sembrano condurre a qualche svolta. Si torna a respirare di nuovo, anche se per poco, quell'afflato cosmico che aveva contraddistinto e reso (almeno al sottoscritto) molto gradito il secondo romanzo del ciclo. Non è più dei piccoli avvenimenti di alcuni singoli personaggi che si parla, ma di decisioni che coinvolgono interi popoli, pianeti o sistemi solari. Si scoprono diverse cose, ma si pongono anche ulteriori domande.
(Una, in particolare, credo assillerà il sottoscritto finchè non prenderà in mano "Il Risveglio di Endymion" e cioè: Frank Lloyd Wright? Perchè Frank Lloyd Wright???)
Arrivati in fondo, quindi, non rimane che guardare indietro e trarre le conclusioni.
"Endymion", in definitiva, appare solo come un, seppur lungo, preludio. Diversi semi vengono piantati e ben poco viene portato davvero a termine. Tutto il resto è un mero riempitivo. Sicuramente fantasioso, scritto benissimo (ma non potevamo aspettarci altro da Simmons) e a tratti avvincente, ma tutto sommato solo un riempitivo, per quanto di qualità molto alta. All'interno di una saga è difficile che tutti i capitoli siano sullo stesso piano ed è, spesso, inevitabile che almeno uno soffra un po' una caduta di tono rispetto agli altri, come sembrerebbe essere questo il caso. Certo, una caduta di tono di questo tipo è comunque diverse spanne al di sopra di quanto alcuni potranno mai sperare di scrivere, ma attendiamo di aver finito anche l'ultimo volume prima di esprimere un ultimo e definitivo giudizio. Oltre che per esplicitare una riflessione generale sui messaggi che questa saga veicola e che, a dirla tutta, sembrano l'esatto opposto di quelli che sono i pensieri attuali del suo autore.

mercoledì 6 marzo 2013

FRINGE


Quando J. J. Abrams lasciò LOST, per passare ad un’altra società cinematografica, la serie dei sopravvissuti al volo Oceanic 815 era ancora a livelli molto alti di apprezzamento da parte di pubblico e critica. L’abbandono del mentore, quindi, diede vita a sentimenti contrapposti: da una parte chi si sentiva tradito e temeva che LOST avrebbe avuto un crollo qualitativo (cosa che, in effetti, avvenne… ma non possiamo neanche giurare che con Abrams ancora al suo posto le cose sarebbero andate diversamente); dall’altra chi era già in fibrillazione per la nuova serie a cui avrebbe dato vita.

Il risultato di questo “cambio di casacca” fu, per l’appunto, il serial di cui ci occupiamo in questa recensione: FRINGE.

Stagione 1
Le attese erano alte, altissime. Forse proprio per questo l’inizio non è stato brillantissimo e dal successo immediato. Il motivo è presto detto: i primi 4 o 5 episodi riproducono sempre lo stesso medesimo plot narrativo.
Evento strano/inusuale/fantascientifico – indagine dell’FBI – il professore Walter Bishop ricorda di aver, forse, lavorato su qualcosa di simile anni e anni prima – ritrovamento degli appunti riguardanti l’esperimento – risoluzione (o simili) del caso.
I personaggi son simpatici e sembrano funzionare, gli attori bravi (Noble è favoloso e Jackson sorprende in positivo, soprattutto chi aveva delle riserve perché se lo ricordava in Dawson’s Creek), i casi sono molto “weird”, come la serie richiede, ma tutto questo non sembra essere sufficiente. Già dopo un paio di episodi, infatti, ci si comincia a chiedere se si tratta di un serial a episodi autoconclusivi (alla Signora in Giallo o alla Law & Order) o se ci sarà una sottotrama, come tutti sperano. Dopo un altro paio di puntate, il plot, ripetuto e fatto con lo stampino, comincia già a mostrare la corda e a stancare.
Per fortuna della serie, la maggior parte del pubblico ha tenuto duro ed è a questo punto che le cose migliorano progressivamente. La sottotrama emerge e lo fa dando un motivo preciso e sensato al fatto che i primi episodi sembravano tutti uguali, tanto che ci si ritrova a pensare che non poteva che essere così. Di puntata in puntata le storie si fanno sempre più legate le une alle altre e, anche se vi è una certa propensione a legare ogni episodio a un caso ben preciso, la sottotrama rimane sempre in primo piano. Sembra la perfetta via di mezzo tra un serial come LOST, in cui se perdevi una puntata eri finito, e uno come X-Files, probabilmente una delle principali fondi di ispirazione per J. J. Abrams nello scrivere FRINGE, visto che viene spesse volte citato.
Connubio perfetto anche da un altro punto di vista: a una prima occhiata, infatti, non sembra ci sia il continuo e pedissequo ricorso a misteri sempre più grandi e insolubili per tenere alta l’attenzione del pubblico. Certo, ci si domanda chi vi sia dietro a certi fatti, se vi sia una regia generale o se siano casi separati, ma quasi fin dall’inizio viene fatto un panorama chiaro e semplice del mondo in cui ci si muove e delle leggi che lo regolano.
Non tutto è ancora perfetto, sembra quasi che certi ingranaggi siano ancora un po’ farraginosi e necessitino di un po’ più di rodaggio, ma tutta la stagione è un crescendo e il finale, assolutamente da brividi (per gli americani ancor di più che per noi), lascia tutti in attesa del proseguo.

Stagione 2
Non accade spesso, ma talvolta succede che la seconda stagione di un serial sia addirittura migliore della prima. A FRINGE accade esattamente questo, perché riparte dal livello alto, molto alto, del finale della prima e da lì punta andare ancora più su, riuscendovi.
Soprattutto emerge, e non poteva essere altrimenti, in maniera sempre più prepotente il personaggio del professore Bishop, merito certamente delle capacità recitative di un John Noble in alcune puntate davvero in stato di grazia. Da personaggio quasi secondario, a cui si chiedeva un parere a seconda dell’occasione e sufficientemente bislacco per strappare un sorriso, Walter Bishop diviene sempre più protagonista e perno di tutta la serie.
In particolare, in questa seconda stagione, si infittiscono sempre più i rapporti con “l’altro lato”, divenendo ben presto una costante. Facciamo anche la conoscenza con il Walter Bishop dell’altra parte, lì divenuto segretario della difesa, uomo potentissimo e senza scrupoli, animato dall’odio e dalla sete di vendetta. Noble, al netto del trucco, riesce a dare ai due personaggi una impostazione così diversa, nella gestualità, nell’atteggiamento, nel modo di porsi e di camminare, che si stenta a credere si tratti dello stesso attore.
Nel frattempo la trama evolve e sposta, leggermente, il punto di fuoco rispetto alla prima stagione. Si tratta di un processo graduale che dà pienamente allo spettatore l’impressione che non si tratti di qualcosa di casuale o inventato lì per lì, ma pianificato fin dall’inizio. Insomma, gli scrittori sembrano aver avuto chiaro fin dall’inizio dove volevano andare a parare e che non stiano procedendo a tentoni (come, invece, in contemporanea appare sempre più evidente in LOST).
Proprio i paragoni con LOST diventano sempre più frequenti e non può essere altrimenti, avendo i due serial lo stesso papà. Forse è questo che fa allontanare qualche spettatore, di certo non la qualità della serie, che sembra migliorare di puntata in puntata. Nonostante questo, evidentemente, qualcuno deve aver fatto un ragionamento tipo: “meglio lasciar finché siamo ad alti livelli, che scottarmi quando tutto precipiterà…”. Discorso, forse, condivisibile solo in parte, visto che la cavalcata di FRINGE non sembra volersi arrestare, fino a un finale, di nuovo, da brividi e al cardiopalma.

Stagione 3
Si riprende, come sempre, là dove avevamo lasciato e l’impressione è che siamo, di nuovo, di fronte a un crescendo. L’idea, brillante, dei primi episodi, è quella di alternare una puntata ambientata nel nostro mondo con una “dall’altro lato”. Già la sigla ci anticipa la realtà: blu di qua, rosso di là. Questo farci vedere il proseguo degli eventi in contemporanea funziona benissimo per tenere alta l’attenzione del pubblico, soprattutto quando la singola puntata termina con un mezzo climax. E’ la stessa tecnica che usano alcuni scrittori di romanzi come Dean R. Koontz o Valerio Evangelisti, se il lettore si appassiona a certi eventi e tu li interrompi sul più bello, vorrà sapere cosa succede dopo, per questo correrà a leggere il capitolo successivo, ma anche quest’ultimo terminerà con un colpo di scena, costringendo di nuovo il lettore a proseguire, avvinghiandolo così in una lettura compulsiva. Cambia il mezzo, ma il sistema e il risultato non cambiano.
L’inizio, dunque, è dei migliori, il proseguo, però, e soprattutto la seconda metà della stagione, invece, cominciano a mostrare qualche incrinatura.
Nulla di particolarmente grave, anche perché arrivati a questo punto l’alchimia che si è creata tra i protagonisti è ottima e si trasmette agli spettatori che provano una genuina simpatia per loro (un po’, come, di nuovo facendo un paragone letterario, si instaura tra lettore e protagonisti dei romanzi). Qui e là qualche puntata forse un po’ troppo autoconclusiva o che si rivela, in fondo, inutile al proseguo della trama principale, c’è e fa un po’ storcere il naso.
Inoltre ci si rende conto che il punto focale della serie si è nuovamente spostato, questa volta, però, in maniera abbastanza netta. Tanto che tutta la stagione appare quasi come una nuova storia e non come il naturale proseguo delle due precedenti. Forse non ce ne si accorge subito durante la visione, ma a bocce ferme, riguardandosi indietro, ci si rende conto che tutta la vicenda, per quanto magari bella e interessante, è una storia a sé stante. L’effetto, inoltre, verrà ulteriormente acuito con la visione della successiva…

Stagione 4
Il finale della terza stagione porta a una riscrittura, vera e propria, di tutto ciò che sapevamo di FRINGE fino a quel momento. Tra citazioni da episodi della prima stagione, vecchi nemici che ritornano e il dover fare i conti con questa nuova “realtà”, i primi episodi scivolano via molto bene. A tutto questo, inoltre, si aggiunge quell’effetto di simpatia, di cui avevamo già parlato, che fa sì che ci si appassioni per la sorte dei protagonisti, anche quando, magari, il plot delle singole puntate non sia nulla di particolarmente originale.
Un fatto, questo, di certo ampiamente previsto dagli sceneggiatori che, infatti, iniziano a dare sempre più spazio e importanza ai rapporti sentimentali tra i membri della “famiglia Bishop”. Una scelta che, per certi versi, non si può certo dire che paghi. Se, infatti, su molti riesce a far presa, altrettanti, se non di più, son quelli che lasciano la serie. L’emorragia di spettatori, infatti, appare quasi inarrestabile, complice (dobbiamo dirlo) anche una programmazione schizofrenica da parte del network che continua a spostare giorno e ora di messa in onda del serial, spesso facendogli saltare una o due settimane senza alcun preavviso. Ovvio che questo non aiuti a fidelizzare lo spettatore, neanche se fossimo in presenza della miglior serie della tv.
Ma torniamo a parlare della stagione. Dopo un inizio contraddistinto da alcuni episodi piuttosto autoconclusivi, che ci mostrano come funzionano le cose, poco a poco riemerge una sottotrama comune. Anche in questa occasione si ha l’impressione che tutta la stagione funzioni come una sorta di storia autoconclusiva, come già nel caso della terza, ma almeno vi è la giustificazione delle condizioni particolari da cui nasce. Il finale, però, è molto bello e riesce a far passare in secondo piano diversi dubbi riguardo alla conduzione della serie.
Proprio questo finale avrebbe potuto essere quello definitivo di FRINGE. La Fox, infatti, in seguito al calo verticale di spettatori, aveva deciso di chiudere la serie e di non produrre la conclusiva quinta stagione. Se fosse stato così, per quanto con l’amaro in bocca di alcuni filoni narrativi lasciati in sospeso, avrebbe anche potuto funzionare, proprio per via della natura piuttosto autoconclusiva che avevano assunto le ultime due stagioni.

Stagione 5
Dopo un lungo tira e molla tra cast, produzione e network, alla fine si giunge alla conclusione di produrre la quinta e definitiva stagione di FRINGE, a patto, però, che sia una stagione “ridotta” di soli 13 episodi. In realtà questa scelta è stata forse la cosa migliore che poteva capitare alla serie.
I nodi ancora da sciogliere non sono molti, ciò nonostante sembra che gli sceneggiatori si mettano d’impegno per complicare senza motivo tutta la situazione. L’incipit è ottimo, con un salto temporale di svariati anni che ci precipita in una realtà del tutto nuova. Da quel momento in poi, però, alcune scelte non appaiono del tutto condivisibili.
Innanzitutto lo spazio sempre più ampio lasciato ai rapporti tra i protagonisti, che ben presto diventano la parte principale delle vicende, mettendo spesso addirittura in ombra il proseguo della storia principale. Se all’inizio aiutano a sentirsi più vicini ai protagonisti, ben presto risultano solo noiosi, prolissi e ripetitivi, tanto da sembrare solo un riempitivo per raggiungere il minutaggio necessario per ogni puntata.
Inoltre, d’accordo porre ostacoli sul cammino dei protagonisti, così come è ovvio che bisogna “inventarsi” qualcosa per rendere ogni episodio degno di essere visto. Bene, quindi, la trovata di una sorta di caccia al tesoro che di puntata in puntata ci dovrebbe portare un passo più vicino alla conclusione di tutta la vicenda. Un po’ meno bene quando si passa, fin troppo facilmente, da: “ogni pezzo del puzzle è fondamentale, altrimenti non funzionerà!” (con personaggi in situazioni drammaticissime e di fronte a scelte di vita o di morte) a “massì, di questo possiamo anche farne a meno, tanto è lo stesso”. Come non capire e giustificare, in queste occasioni, lo spettatore che, giustamente, si sente preso in giro?
Di fronte a simili situazioni, quindi, tanto meglio una stagione di soli 13 episodi, perché in alcuni frangenti il brodo sembra talmente tanto allungato, che non abbiamo il coraggio di pensare a cosa sarebbe successo con una stagione di 20/22 puntate.
Ad ogni modo, tra alti e bassi, finalmente si giunge alla conclusione. Una conclusione che, come ormai era divenuto evidente con le stagioni 3 e 4, si sarebbe focalizzata a chiudere e terminare principalmente la stagione 5, più che l’intera serie. Certo, qualche rimando c’è, che va anche a riprendere e a spiegare delle questioni insolute fin dalla prima stagione, ma è evidente che i riferimenti maggiori son a quest’ultima stagione.
Diciamo, inoltre, che per quanto molti fan siano rimasti un po’ delusi da questo finale, forse, un po’ semplicistico, bisogna anche ammettere che è meno peggio di quanto appaia inizialmente. Quantomeno, questa volta, non vi sono rimandi religiosi-metafisici-esoterici (come era accaduto in LOST o in Battlestar Galactica) e tutto rimane, per fortuna, legato al mero ambito fantascientifico. Visti i precedenti, ad alcuni è probabilmente già bastato questo per tirare un sospiro di sollievo, d’altra parte, però, si poteva anche fare qualcosa di molto meglio.

Per concludere, FRINGE è una serie che, nata sotto grandi auspici, ha sicuramente vissuto notevoli alti e bassi. Alcuni per merito (o demerito) proprio, altri a causa di fattori esterni come le scelte del network e gli umori del pubblico americano. In generale, però, conclusa la visione anche di questa quinta e ultima stagione, si può dire che sia una serie nel complesso più che valida e che merita una visione. L’incapacità di mantenere alta la qualità come nelle prime stagioni (che in questo è stata molto alta) è una caratteristica comune, praticamente, a tutte le serie che si rivolgono al pubblico più generalista (fanno eccezione solo i titoli che vanno su canali a pagamento come HBO). Nel caso di FRINGE, però, ci sembra che il calo non sia stato così evidente come in molte altre; e anche l’ultima stagione, per quanto ben lontana dai livelli più alti della prima o, ancor più, della seconda, non ci sembra sfiguri poi così tanto. Il finale, inoltre, per quanto forse un po’ deludente (almeno per chi si aspettava qualche imprevedibile colpo di scena o qualcosa di più spettacolare), è sorprendentemente coerente, un fatto su cui ben pochi, ormai, osavano sperare e questo, già da solo, dà a tutta la serie qualche punto in più.

venerdì 22 febbraio 2013

Jeff Smith - "Bone"

Autore: Jeff Smith
Titolo: "Bone - l'integrale"
Edizione: Bao Pubblishing
Anno: 2011

Pubblicato nel corso di svariati anni, "Bone" è un lungo viaggio sia per i protagonisti che per gli stessi lettori. 
Terminato il poderoso tomo edito da Bao Pubblishing (oltre 1300 pagine) e scorrendo le parole di Neil Gaiman a corredo e commento dell'opera, non si può che annuire. Lo scrittore inglese, infatti, sembra cogliere appieno la triplice natura di questo fumetto. 
"Bone", infatti, ha almeno 3 tipi di lettura diversi. 
- Il primo è quello della puntata, quasi autoconclusiva, presente soprattutto all'inizio della vicenda, che è anche il primo modo in cui il fumetto ha visto la luce: cioè in fascicoletti di circa 20 pagine. 
- Il secondo è quello dei macro-capitoli in cui la storia si snoda, ognuno caratterizzato da una ambientazione, da personaggi o da fatti ben distinti. Si tratta della seconda edizione di "Bone", in cui i fascicoletti iniziali sono stati ristampati in volumetti monografici, ognuno sviluppato attorno a temi e argomenti precisi e spesso differenti dagli altri. 
- Il terzo, infine, è quello del volume integrale, in cui tutta la saga dei fratelli Bone, di Thorne, del Signore delle Locuste e dell'intera Valle può essere letta in una volta sola (con le dovute pause per mangiare, dormire e fare i propri bisogni). 
Ciò che sorprende, quindi, è come Jeff Smith riesca a far funzionare perfettamente tutti e 3 questi metodi di lettura e, al contempo, a fonderli tra loro per dare luce a una vicenda organica e coerente. Sarebbe stato facile, infatti, perdere di vista, di volta in volta, l'uno o l'altro obiettivo, finendo per divagare o doversi inventare qualche deus-ex-machina per rimettere le cose a posto. Si sarebbe potuto sentire il rumore degli ingranaggi che sferragliano, là dove la narrazione si fa farraginosa per cercare di mantenere certi standard, invece questo non succede perchè tutto procede spedito e fluido. O, ancora, si sarebbe potuto sentire che l'autore si muoveva in generi a lui non congeniali, quando da fumetto umoristico, "Bone", diviene prima fantasy e poi apertamente drammatico. Eppure non succede, al contrario tutto appare come una naturale e logica evoluzione che trascina il lettore con sé in una escalation di pathos. Infine si potrebbe anche pensare, osservando lo snodarsi degli eventi dall'esterno, che certi passaggi siano dettati solo dalla ricerca dell'hype gratuito per sorprendere e fidelizzare il lettore. Invece, terminata la lettura, risulta subito evidente che la storia era già tutta lì, davanti a noi, doveva solo essere raccontata... e Jeff Smith lo fa magnificamente. 
"Bone", insomma, è una lunga saga capace di divertire e far ridere, ma anche appassionare ed emozionare e, infine, di commuovere e, magari, di far versare qualche lacrima. Per questo bisogna dire "grazie" a Jeff Smith. Come tutte le opere capaci di coinvolgere così il lettore, inoltre, girata l'ultima pagina e dato uno sguardo all'ultima vignetta, non si può che provare istintivamente un moto di malinconia e di nostalgia per i protagonisti, come se stessimo dicendo addio a dei cari amici.

mercoledì 6 febbraio 2013

Mino Milani - "Storia Avventurosa di Pavia, vol. II"

Autore: Mino Milani
Titolo: "Storia Avventurosa di Pavia, vol. II"
Edizione: Luigi Ponzio e Figlio Editori in Pavia
Anno: 1998

Iniziata al semplice scopo di documentazione, ben presto la lettura di questa "Storia Avventurosa di Pavia", si è tramutata in vero e proprio piacere. Il merito è senz'altro di Mino Milani, scrittore capace di trasmettere i concetti in maniera semplice ed efficace senza mai annoiare il lettore, anche là dove i particolari divengono complicati. Ma, soprattutto, anche capace di farti respirare l'atmosfera del periodo storico di cui racconta grazie a quella che deve essere stata una documentazione a tratti enciclopedica, ma che non viene mai fatta pesare sul lettore.
La narrazione, infatti, procede spedita, senza rallentamenti o sussulti, senza le lezioncine da tuttologo che tanto piacciono a certi romanzieri (Dan Brown su tutti). Milani, in questo modo, dimostra di saperne molto più di tanti altri, sia sull'argomento su cui si documenta (perchè ti fa assimilare le cose naturalmente, senza doverti dire: "alt, attento in questo punto perchè è importante"), sia nell'arte del raccontare (perchè, allo stesso modo, non ti mette mai di fronte alla situazione tipo: "guarda come mi son documentato bene. devi sapere che...")
Seppur breve, quindi, questa mia recensione è una esortazione, in primis a tutti i pavesi e a coloro che si son ritrovati a passar anche solo in visita per Pavia, alla lettura di questo libro (e di quello che lo precede e quello che lo segue, naturalmente). Scopriranno al meglio fatti eccezionali di una città dal passato glorioso che, purtroppo, oggi appare aver dimenticato o, addirittura, sembra quasi volutamente nascondere. Scopriranno, anche, uno scrittore di grande qualità, di cui vorranno sicuramente andar ben presto alla ricerca (purtroppo spesso infruttuosa) degli altri libri, ognuno dei quali è un piccolo gioiello.

venerdì 1 febbraio 2013

Joe R. Lansdale - "In un Tempo Freddo e Oscuro"

Autore: Joe R. Lansdale
Titolo: "In un Tempo Freddo e Oscuro"
Edizione: Einaudi
Anno: 2006

Seconda antologia di racconti in terra italica per Joe R. Lansdale. Antologia, tra l'altro, pensata apposta per lo stivale, con una serie di storie scelte direttamente dall'autore.
Lansdale, lo sappiamo, è autore ecclettico, capace di saltare da un genere all'altro con grande facilità e naturalezza. Riesce a trovarsi a suo agio con il pulp più nero e splatter (il ciclo del Drive-In), così come le storie noir di denuncia sociale ("In Fondo alla Palude"), l'horror o la fantascienza (racconti vari). Ciò che gli riesce ancora meglio, però, è prendere due o più di questi generi e mescolarli fra loro facendo saltar fuori un pout pourri di situazioni e personaggi spesso surreali, originali e brillanti.
Purtroppo, però, a differenza dell'altra precedente antologia di racconti pubblicata in Italia ("Maneggiare con Cura", Fanucci, 2004), qui manca quasi del tutto la tipica varietà di generi di Lansdale. Tolte due sole storie, una di guerra che potrebbe essere ambientata nel futuro (ma che non può definirsi di fantascienza) e una prettamente surreale, le altre sono genuinamente pulp. E' vero che è proprio in questo genere che lo scrittore texano ha forse dato il suo meglio, ma attraverso questo libro si finisce per avere una visione ridotta e ristretta della sua produzione. Inoltre, al riguardo di certi titoli che vi trovano spazio, ci sorge il dubbio se siano davvero il "meglio" della sua narrativa breve. C'è di buono, almeno, che non si è scaduti nel facile escamotage di proporre qualche doppione rispetto all'altra antologia, ma è ben poca consolazione.
Lansdale è un grande autore e scrittore, per cui anche in questo libro si possono trovare momenti molto belli e di qualità. Da un simile volume di racconti, però, è lecito e, potremmo dire, anche doveroso, aspettarsi di più.
Molto di più.
Per questo lascia un po' l'amaro in bocca chiudere questo tomo e scoprire che non ci ha dato tutto quello che attendevamo.
Certo, un'opera non del tutto riuscita di Lansdale vale, alle volte, anche due o tre libri di altri scrittori, ma questo non ripaga il lettore dalla delusione che prova. Il consiglio, quindi, se si vuole provare l'autore texano sul breve, è di orientarsi verso "Maneggiare con Cura", altrimenti di tenere questo "In un Tempo Freddo e Oscuro" solo come extrema ratio, in caso di grave crisi d'astinenza.

venerdì 25 gennaio 2013

Red Riding Trilogy


Colpevolmente a lungo ignorata qui in Italia (e solo dopo 4 anni approdata nello stivale grazie a Rai 4), “Red Riding” è una trilogia di film per la tv prodotta dalla BBC nel 2009. Ambientata a cavallo tra i ’70 e gli ’80, è tratta dagli omonimi romanzi di David Peace e ci mostra uno spaccato degli Yorkshire di quegli anni che, forse, mai ci saremmo aspettati.
Ogni film reca già nel titolo l’anno in cui si colloca: 1974, 1980 e 1983. I romanzi di Peace, in realtà, sarebbero quattro, con un libro ambientato anche nel 1977. Purtroppo per alcuni problemi in fase di produzione il film relativo a quell’anno non è stato completato. Per fortuna la trilogia funziona benissimo anche così, merito sicuramente dell’ottimo lavoro in fase di adattamento e sceneggiatura di Tony Grisoni.
Per una analisi approfondita e accurata, quindi, ci concentreremo su ogni pellicola separatamente, tirando poi alcune conclusioni generali.

Anno di Nostro Signore: 1974
La regia del primo episodio è affidata a Julian Jarrold che, per dare il più possibile un certo effetto datato alla pellicola, gira in 16mm e si affida a una fotografia che tende spesso al seppia. Il risultato è ottimo, tanto da incupire anche le immagini più chiare e le poche scene soleggiate.
La vicenda prende il via quando un giovane giornalista di nome Eddie Dunford, animato dal desiderio di fare il grande colpo, torna nello Yorkshire dopo essere stato al sud per un certo periodo. Si tratta di un convincente Andrew Garfield (The Amazing Spider-Man) che, poco a poco, lascerà da parte i suoi desideri di successo in favore, prima, della brama di sapere e, poi, di una disperata sete di giustizia.
Il giornalista comincia ad indagare sulla scomparsa di una ragazzina. Si tratta solo dell’ultima in ordine di tempo, altre sono sparite in passato e mai più ritrovate. Quest’ultima, però, ricompare. Qualcuno l’ha brutalmente violenta, le ha inciso le parole “4 LUV” (trad. it. “per amore”) sul torace e ha cercato di cucirle delle ali di cigno alla schiena. La pista che segue Dunford è spezzettata, con tante strade a fondo chiuso, e procede in alcuni momenti solo grazie alle soffiate, in particolare quelle di BJ, interpretato da un grande Robert Sheehan (Misfits, L’Ultimo dei Templari), un prostituto omosessuale. Seguendo gli indizi finirà per innamorarsi della madre di una delle bambine rapite in precedenza, a scontrarsi con la polizia del posto, estremamente violenta e corrotta, tanto da non aver remore a incastrare un innocente pur di avere un capro espiatorio, e sulle tracce di John Dawson, un costruttore del posto, interpretato da un viscido e borioso Sean Bean (007 GoldenEye, Il Signore degli Anelli, etc.), con la passione per i cigni.
Messi insieme i pezzi del puzzle di cui riesce a venire in possesso, incapace, ormai, di venir fuori in qualche modo dalla palude di inganni in cui è finito a sguazzare, senza speranza di poter rendere pubblico ciò che ha scoperto e accusato anche dell’omicidio della donna che amava, Dunford tenterà di farsi giustizia da solo al Karachi Club, in un finale estremamente cupo e drammatico.

Anno di Nostro Signore: 1980
La regia di questo secondo film è affidata a James Marsch che, per distaccarsi da quanto fatto da Jarrold, sceglie una fotografia più classica e di girare in 35mm. La differenza è evidente e salta subito all’occhio. Le immagini sono più pulite, danno chiaramente l’impressione di essere più recenti, migliori, se confrontate con quelle sporche e grezze che contraddistinguevano il 1974.
Sono passati sei anni dall’ultimo caso di una bambina scomparsa, da allora non è più successo nulla di simile, per cui anche l’opinione pubblica è convinta che l’assassino sia stato arrestato e sia dietro le sbarre. In compenso vi è qualcun altro che occupa le prime pagine dei giornali. Un serial-killer di prostitute che sembra prendere in giro la polizia da fin troppo tempo, eludendo i tentativi di individuarlo e inviando lettere di volta in volta derisorie o in cui rivendica la paternità di nuovi delitti.
Messi alle strette, i poliziotti dello Yorkshire saranno costretti a chiedere aiuto. Da Londra gli viene inviato un detective che già sei anni prima aveva indagato, senza risultati perchè più volte depistato, sulla strage del Karachi Club. Paddy Considine interpreta uno stanco Peter Hunter con un po’ troppi scheletri nell’armadio. Nonostante il peso che porta sulle spalle e la sensazione che tutti lo ritengano inadeguato e incapace, Hunter si mette sotto per cercare di scoprire chi sia il killer che ormai tutti chiamano “Lo Squartatore”. Anche questa volta le sue indagini verranno ostacolate e depistate dalla stessa polizia dello Yorkshire. In parte per non dover dare il merito dell’arresto a un forestiero, ma soprattutto perchè, come Hunter scoprirà, lo Squartatore non è il responsabile di tutti gli omicidi che gli vengono addebitati.
Alcune morti, infatti, potrebbero essere state compiute proprio da alcuni agenti di polizia nel tentativo di tenere nascosto qualcosa d’altro. Prima che Hunter possa andare più a fondo, però, verrà tradito proprio da uno dei collaboratori di cui si fidava maggiormente e che aveva voluto portarsi dietro da Londra. Una condotta personale non del tutto ineccepibile, infine, sarà la scusa per porre la parola fine alla sua carriera e alla sua reputazione tra dubbi e malignità.
Dei tre film è forse quello che risulta un po’ più avulso dalle sottotrame comuni a tutta la trilogia, questo perchè in origine la vicenda era quella maggiormente legata al romanzo ambientato nel 1977 (in cui iniziano gli omicidi dello Squartatore). Emergono, comunque, alcuni elementi che si riveleranno importanti e decisivi nel terzo e ultimo film che tirerà i fili rimasti in sospeso nelle pellicole precedenti.

Anno di Nostro Signore: 1983
Terzo e ultimo film della trilogia, questa volta la regia tocca ad Anand Tucker che, come i suoi predecessori, sceglie di cambiare ancora metodo e stile di ripresa optando per il digitale e la Red One Camera.
Dopo nove anni di silenzio in cui sia l’opinione pubblica che gli spettatori erano convinti che il rapitore e seviziatore di bambine fosse stato fermato nel 1974 (perchè in galera o ucciso da Dunford), avviene una nuova scomparsa.
Questa volta i protagonisti della vicenda sono più di uno. Da una parte facciamo la conoscenza con John Piggott, interpretato da Mark Addy (Full Monty, Game of Thrones), un avvocato che ha da poco perso il padre, sergente di polizia dello Yorkshire suicidatosi (o suicidato) in circostanze poco chiare. A lui si rivolgono i parenti di Michael Myshkin, il capro espiatorio incarcerato ingiustamente dal 1974, perchè tenti di farlo uscire alla luce del nuovo rapimento.
Dall’altra approfondiamo la conoscenza di un personaggio già presente nei primi due film, ma rimasto sempre sullo sfondo con un ruolo equivoco, mai chiaramente buono o cattivo. Si tratta di Maurice Jobson, interpretato da un tormentato David Morrissey (Doctor Who – The Next Doctor, The Walking Dead), investigatore della polizia dello Yorkshire, da sempre nel giro della corruzione, che ci mostra, finalmente, il dietro le quinte di come funzionano le cose al nord. In realtà l’impressione è che lui, nel giro, ci sia finito più per caso che per vera vocazione e che anche le violenze a cui assiste tenti di giustificarsele come un modo spiccio per fare vera giustizia. La sparizione della nuova bambina, però, accendono in lui nuovi sensi di colpa. Assistiamo, così, alla sua indagine che si svolge in due tempi, nel 1983 e nel 1974, in una serie di flash-back che ci mostrano cosa successe allora. Al tempo, infatti, lui sembrava aver trovato una pista che portava (anche nel suo caso) molto vicino a Dawson, ma gli venne fatto capire di lasciar perdere e quando gli dissero che il rapitore aveva confessato, lui ci credette. Complice l’interruzione nelle sparizioni delle bambine, anche lui si convinse che il vero assassino era in galera. Nel 1983, però, non è più disposto a chiudere un occhio e vuole andare fino in fondo.
Tra minacce, depistaggi e suicidi organizzati, Jobson e Piggott finiranno per giungere nello stesso e alla stessa conclusione, incrociandosi anche con BJ, giunto lì per una vendetta incapace di portare fino in fondo. Si scoprirà, così, che la corruzione e la depravazione tra la polizia dello Yorkshire e alcuni personaggi in vista della comunità locale, andavano molto più a fondo di quanto lo stesso Jobson credeva.
Salvata la bambina rapita e fatta giustizia sommaria dell’esecutore materiale degli omicidi (un insospettabile Peter Mullan), il film si conclude con la sensazione (e la speranza) che finalmente il vaso di Pandora è stato scoperchiato e tutti i responsabili pagheranno.

I romanzi di Peace si prestano benissimo a questa messa in scena. Mescolano, infatti, sapientemente realtà e finzione, creando un intrico di personaggi, fatti, corruzione, violenza e soprusi da cui è impossibile uscire una volta che si è finiti nell’ingranaggio. I film mostrano da una parte delle storie di fantasia, per quanto crude, ma sembrano una perfetta fotografia di quegli anni e della situazione che, stando agli articoli di giornale, davvero si venne a creare in quella zona dell’Inghilterra.
D’altra parte, non tutto è oro quel che luccica. Tutti e tre i film, infatti, risentono di piccole pecche comuni, frutto, probabilmente, del tentativo di condensare e adattare un libro intero in sola un’ora e mezza. Nelle prime due pellicole alcuni passaggi risultano un po’ ostici da capire, in quanto appaiono quasi come voli pindarici, senza connessione logica (o spiegazione esplicita) con gli eventi precedenti, ma si posson giustificare con il fatto di voler rendere i tentativi a random dei protagonisti per portare avanti le loro indagini. Nel terzo film, infine, a questi piccoli difetti (per quanto meno evidenti) se ne aggiunge un altro che riguarda, però, la fotografia. Tucker, infatti, sceglie di caratterizzare i due periodi storici che mostra con una diversa fotografia, andando a ripescare certi colori un po’ tendenti al seppia per il 1974 (a ricordare il primo film della trilogia). Purtroppo la fotografia non lo aiuta sempre in questo intento e, più volte, capita di poter distinguere l’anno solo dal tipo di vestiti indossati (pantaloni a zampa) o dal modello di auto che si guidano. Quando, però, i personaggi son inquadrati solo dalla vita in su e indossano delle giacche pesanti, diviene quasi impossibile riuscire nell’intento.
Si tratta, comunque, di errori che non pregiudicano la visione della trilogia o la comprensione degli intrighi. Tutt’al più potrebbero spingere qualcuno a cimentarsi nuovamente nella visione, per approfondire alcuni aspetti delle vicende (come capitato al sottoscritto). Si tratterebbe, in questo caso, di un peccato veniale che siamo più che disposti a perdonargli, perchè il livello (non solo del cast e delle prove attoriali) è davvero altissimo.

mercoledì 23 gennaio 2013

Douglas Adams - "Ristorante al Termine dell'Universo"

Autore: Douglas Adams
Titolo: "Ristorante al Termine dell'Universo"
Edizione: Mondadori - I Libri di Urania n° 17
Anno: 1994

Che dire che non sia stato già detto da altri? 
Quando ci si confronta con libri come questo, tanto letti e tanto apprezzati da tutti gli appassionati di fantascienza, ma anche da tutti coloro che vogliono concedersi una sana risata, risulta difficile essere originali. Anche perchè tutta l'originalità sembra essere confluita proprio nel romanzo che si ha tra le mani, come una sorta di micro-buco nero che assorbe e concentra quantità esorbitanti di trovate (a tratti geniali) e comicità. 
Forse non sarà ai livelli (altissimi) del primo volume della saga, ma di certo regge bene il confronto. Anzi, in alcuni punti riesce a risultare anche migliore, forse perchè senza più la zavorra del dover presentare i personaggi, riesce a volare libero dove più gli aggrada. Certo, c'è qualche passaggio che sembra girare un po' meno fluidamente del solito e alcune descrizioni si dilungano un po' troppo, ma son errori che possiamo considerare poco più che veniali e che siam ben disposti a perdonare in virtù delle risate a cui preludono. 
Come spesso accade, però, quando si ha a che fare con autori di un certo stampo (oltre ad Adams mi vien in mente un Terry Pratchett a caso), le risate non son del tutto fini a se stesse. Naturalmente ci son le battute messe lì per strappare il sorriso o anche lo scoppio sguaiato, ma tante situazioni, tanti personaggi, sembran fatti per farci pensare. Ritornando con la mente a quanto si è letto, infatti, si riconoscon per quello che sono metafore o satire della realtà, della politica, fin'anche dei massimi sistemi. 
In questo sta, a mio avviso, il motivo per cui i pochi romanzi del ciclo della Guida Galattica sono divenuti così famosi e apprezzati. Perchè non si limitano ad essere libretti comici o umoristici (per quanto ne siano pieni e, anche limitandoci a questi livello di lettura, di qualità altissima... posto di apprezzare l'humor britannico), ma sfruttano il riso come cavallo di troia per portare il lettore a usare la propria testa, a ragionare e a porsi delle domande.